Giacomo Pellizzari racconta la quinta tappa del Senzagiro

Taormina – Nell’estate del 1950, lo scrittore americano Truman Capote prende casa ai piedi dell’Etna, dalle parti di Taormina. Una foto lo ritrae accovacciato sui gradini di una abitazione dalle pareti bianche come il gesso. Indossa un paio di sandali in cuoio, ha la camicia sbottonata e dei pantaloni enormi: tre taglie più della sua. Truman Capote ha 26 anni ma ha la faccia da bambino che avrà anche a 60: una faccia da bambino che è in preda alle meraviglie del mondo, guai a svegliarlo. 

La vegetazione, la casa a picco sul mare, isolata, senza acqua corrente né elettricità, si trasformano ben presto in un formidabile detonatore creativo. In uno stato di semi-trance, Capote termina di scrivere qui, sotto ‘a Muntagna, uno dei suoi romanzi più belli anche se meno noti: L’arpa d’erba.

Si dice che l’aria del vulcano faccia bene non solo agli scrittori, ma a tutte le menti creative. A coloro che cercano sempre una via d’uscita dai calcoli e dal raziocinio. Un modo per sentirsi liberi, qualunque sia il prezzo da pagare. Chiedete, per curiosità, ad Alberto Contador quale sia la sua montagna (e la sua salita) preferita.

Deve pensarla così anche Giulio Ciccone, il “capitan futuro” della Trek-Segafredo. Perché, a 3 km dal traguardo della quinta tappa, la Enna-Etna, l’abruzzese vola via. Dopo ore passate a boccheggiare nell’entroterra afoso, dopo i primi tornanti fuori da Linguaglossa, tra borracce bevute d’un fiato e gelati che si squagliano nelle mani dei bimbi, va in scena la prima vera fuga del Giro 2020. 

Continua a leggere il racconto della quinta tappa sul sito di Senzagiro

Leave a Reply